PERCHE’ QUESTO SITO

A cinquant’anni dal 48, a trenta dal 68 e a venti dal caso Moro
è ora che la verità venga a galla

di Enzo Minissi

 

E’ abbastanza singolare che quest’anno cadano tre ricorrenze di eventi di grande importanza storica per il nostro Paese. In Febbraio sono cominciate le celebrazioni dei trent’anni dal 68; stiamo celebrando in questi giorni i vent’anni del sequestro Moro; il 18 Aprile si ricorderanno i 50 anni dell’avvento al potere della DC e i suoi 45 anni di governo dell’Italia. Gli anniversari, si sa, non sono altro che occasioni per far confluire i pensieri e le riflessioni di noi essere umani in un arco di tempo convenuto, al fine di giungere a letture collettive della realtà trascorsa e a prendere decisioni per ciò che sarà a venire. Per chiunque sia più preoccupato a organizzare il futuro piuttosto che a rimpiangere il passato, certe scadenze possono essere una seccatura. Recuperare ricordi (anche dolorosi), constatare l’avanzare impietoso degli anni sulle nostre esistenze personali, scoprire vuoti imperdonabili di memoria, chiedersi se si sia fatto tutto il possibile e dove si sia sbagliato o dove abbiano sbagliato gli altri. Qualcuno ha detto: "chi ignora la storia è condannato a ripeterla" Frase profonda ma non sempre vera, nel senso che si può ignorare il terrorismo senza divenire terroristi e si può conoscere benissimo la sua storia senza cambiare di una virgola atteggiamenti e idee che determinarono l’origine di un fenomeno di così pericolosa portata. Tuttavia, una riflessione sui numeri 48,68 e 78 in questo momento non può non avere corso, giacchè non si tratta di analizzare la strategia militare garibaldina nell’occupazione della Sicilia, bensì di fare il punto sulla situazione morale, civile e politica di un Paese che sta uscendo fuori da 50 anni di democrazia a sovranità limitata. C’è da chiedersi come mai al 68 in Europa, scoppiato soprattutto in Francia , Germania e Italia, si sia risposto, nei primi due casi, con un rafforzamento dello Stato, unito ad una sua modernizzazione, mentre nel nostro paese siano state messe le bombe fasciste, si sia lasciato, dapprima, sviluppare tranquillamente il terrorismo, reprimendolo poi con metodi e leggi indegni di uno stato europeo e, alla fine si sia arrivati al verminaio di Tangentopoli ?

Il 16 marzo del 78, chi scrive si trovava casualmente presente ad un incontro di medici, biologi, ecc., tutti appartenenti alla borghesia, assolutamente anticomunisti e men che mai rivoluzionari. Ancora rammento la mia sorpresa nel vederli accogliere la notizia del rapimento di Moro come un’allegra goliardata (già si sapeva dei morti della scorta), tutto sommato ben meritata dal sistema di potere democristiano che, finalmente, pagava nella persona del suo presidente tutte le seccature che aveva dato al Paese. E costoro, badate, dalla DC avevano avuto seccature del tipo code alla posta, buche nelle strade, ritardi nella carriera professionale, ecc. I successivi 55 giorni, nonostante l’assedio della città, la tensione sui media, gli appelli dei partiti ecc., vennero vissuti con estremo distacco, proprio a Roma, ove il dramma si stava consumando. Prova ne sia che dai cittadini non arrivò un minimo di aiuto alle indagini, ma piuttosto un certo fastidio per lo schieramento massiccio e tardivo di forze dell’ordine impreparate e brutali che imperversavano con le armi in pugno e il colpo in canna laddove non ce n’era la minima necessità. Si dirà che si trattava dei soliti Romani indifferenti ed egoisti: può darsi. Ma in tutta la lotta condotta contro il terrorismo non c’è mai stato un solo episodio serio di collaborazione tra Stato e cittadini. Ben diversamente da quello che invece, persino in Sicilia, è successo dopo l’omicidio di Giovanni Falcone. D’altra parte chi avrebbe collaborato con uno Stato rappresentato da un partito da sempre al centro di scandali e apertamente sospettato di collusione con la mafia. Uno Stato incapace di dare un volto ai colpevoli delle stragi fasciste. Uno Stato al cui interno P2, servizi segreti, alti ufficiali dei Carabinieri da anni tramavano per un involuzione autoritaria che portasse l’Italia agli stessi livelli dei regimi autoritari sudamericani. Ce lo vogliamo dimenticare che il presidente del consiglio di allora è oggi processato per mafia ?

Esistevano quindi, dal 68 in poi, le condizioni per sfiduciare quello stato rappresentato da quel partito, senza dover giungere alla tragica avventura terroristica ? Ritengo che sulla possibilità di un cambiamento nella democrazia italiana abbia gravato l’ipoteca costituita dalla collocazione internazionale nel periodo della Guerra Fredda. In quanto gigantesca portaerei degli USA allungata nel Mediterraneo avrebbe potuto essere lasciata in pace, a risolvere le sue faccende politiche?
Questa è la domanda chiave che rimanda ad un esame delle responsabilità del PCI e del PSI nell’aver gestito male la richiesta di cambiamento del Paese dopo il 68, contribuendo, da una parte al riflusso generale dei movimenti giovanili, operai e delle avanguardie intellettuali, dall’altra a lasciare la gestione del dissenso al fenomeno terrorista. La scusa prevalente avanzata da queste due forze riguardava appunto il rischio di un intervento militare USA in caso di vittoria delle sinistre, e conseguentemente, l’assunzione di tattiche politiche poco coraggiose che non coglievano i momenti giusti per mettere pericolosamente alle corde l’avversario democristiano.
Uno di questi momenti fu, appunto, l’episodio del sequestro Moro e le trattative per il suo rilascio. Mai la DC era così vicina alla spaccatura tra la sua componente reazionaria e quella sociale progressista. In quel momento il PCI si schierò decisamente contro ogni compromesso, permettendo, di fatto, la ricompattazione attorno ad Andreotti e al suo governo di Unità Nazionale, pur di non affrontare la conseguenza di una crisi profonda che avrebbe portato a nuovi equilibri.
La scusa, anche in quel caso, fu del rischio di ingerenza degli USA in caso di defenestrazione del suo migliore alleato.
Ma era una scusa plausibile? Era paragonabile il Cile del 73 con l’Italia del 78 ? E il PCI degli anni 70, con la sua comprovata democraticità, i riconoscimenti internazionali, le sempre maggiori distanze dall’URSS, poteva, veramente, rappresentare un pericolo per la presenza americana in Europa? O piuttosto, il sistema consociativo di gestione della cosa pubblica che sarebbe venuto alla luce 15 anni più tardi, non aveva suggerito una politica prudente a tutela degli interessi economici e sociali che erano rappresentati dal PCI e dal PSI ? Nel corso degli anni 70, è stato più legittimo tutelare quegli interessi e lasciare il dissenso radicale a scontrarsi con la Polizia, a morire nei covi e nelle piazze o a finire in prigione il resto della propria vita, piuttosto che rischiare la sicurezza e il benessere raggiunte con il compromesso in alcune regioni italiane, per cercare di far progredire tutto il Paese agli stessi livelli dei vicini Stati europei?

Queste sono domande che riguardano il passato ma con una strettissima relazione con il presente.
E’da qualche settimana che in Italia si muovono due ipotesi: la prima, diciamo così, passa attraverso il mettere tutto in un calderone e poi gettarlo via come cosa passata e da dimenticare.
Ha cominciato Violante con l’incontro di Trieste di pochi giorni fa, provocando una reazione più che giusta di Giorgio Bocca. L’altra è quella di chiedere (come ha fatto Michele Serra su La Repubblica il mese scorso e Dario Fo scrivendo a Scalfaro) : "Ma allora ce lo volete dire che è successo? Chi ha messo le bombe sui treni ? Perché è stato lasciato morire Moro trattando invece per la liberazione di Ciro Cirillo? E’vero che il sequestro e lo stupro di Franca Rame sono stati organizzati dai Carabinieri assieme ai fascisti? Si possono aprire gli archivi del ministero degli interni?"

Oppure, se viene a galla la verità, la sinistra che è oggi al governo ha paura di essere invasa dalle truppe di Bill Clinton?

 

HOME OIKOS | HOME INFORMAGIOVANI | HOME ANNI OSCURI | BACK