L'ultima inchiesta sulla strage di Piazza Fontana
Il processo e' fissato per febbraio 2000


L'ultima inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (il processo e' fissato per febbraio 2000) e' partita nel 1986 dopo la scoperta, durante indagini sull'uccisione di Sergio Ramelli, di un documento di Nico Azzi su Ordine Nuovo. Affidata inizialmente al pubblico ministero Maria Luisa Dameno, al suo trasferimento, nel luglio 1988, l'inchiesta, che gradualmente si estende a tutti gli episodi terroristici nell' Italia del Nord del periodo tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '80, viene affidata al giudice istruttore Guido Salvini. Nel 1991, dopo le rivelazioni sull'esistenza di Gladio, le indagini riprendono forza. Nello stesso anno, Vincenzo Vinciguerra comincia a collaborare con la magistratura. Nel 1993 anche Carlo Digilio comincia a collaborare.
Nell'ottobre 1993, notizie di stampa parlano di tre informazioni di garanzia emesse da Salvini. Una di queste riguarderebbe Martino Siciliano, ex esponente di Ordine Nuovo a Venezia, stabilitosi in Francia e poi in Sudamerica. Nel 1994 anche Siciliano rientra temporaneamente in Italia per testimoniare.
A marzo 1995, Salvini deposita in cancelleria una sentenza - ordinanza di rinvio a giudizio, mantenuta segreta, per molti episodi terroristici. Da questa ordinanza resta esclusa la vicenda della Banca nazionale dell' Agricoltura. Indagando su 26 persone e ascoltando oltre 400 testimoni, Salvini ha disposto il rinvio a giudizio davanti alla quarta corte d' assise di 6 persone. Buona parte dei reati contestati alle altre sono ormai caduti in prescrizione. L' inchiesta ha portato in luce anche un coinvolgimento di Licio Gelli in una ipotesi di cospirazione politica per la quale gli atti saranno trasmessi alla magistratura di Roma. Per rispondere di associazione sovversiva dovranno comparire davanti alla Corte d'Assise Giancarlo Rognoni, leader del gruppo "La Fenice", e Nico Azzi, autore dell'attentato sul treno Roma-Milano nel quale egli stesso rimase gravemente ferito. Il professor Paolo Signorelli e Sergio Calore sono accusati invece di avere detenuto e portato in luogo pubblico, con la finalizzazione del sovvertimento dello Stato, numerose bombe a mano "Srcm". Anche a Rognoni e ad Azzi si attribuisce l'intento di sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali dello Stato per sopprimere il sistema delle rappresentanze parlamentari. Gli altri due rinviati a giudizio sono Carlo Digilio, accusato di aver falsificato patenti di guida e passaporti, ed Ettore Malcangi, imputato di favoreggiamento per aver ospitato nella sua abitazione i latitanti Cristiano Fioravanti, Giorgio Vale, Pasquale Belsito e Walter Sordi, oltre che di avere aiutato Digilio a sottrarsi alle autorita'. Il generale del Sid Gianadelio Maletti, Giancarlo D' Ovidio, Stefano Delle Chiaie, Angelo Izzo e Guido Giannettini sono usciti dalla causa per prescrizione. Salvini dispone la trasmissione degli atti a Roma in relazione ad una omissione di atti d'ufficio e a una falsificazione di documenti relativi alla sicurezza dello Stato per Maletti e per l'ufficiale del Sid Sandro Romagnoli, e per Licio Gelli in relazione al reato di cospirazione politica e attentato alla liberta' del Presidente della Repubblica in carica, Giuseppe Saragat. Il tribunale di Roma comunque non potra' procedere nei confronti di Gelli perché per questo reato l'ex leader della Loggia P2 non ebbe l'estradizione dalla Svizzera. "Non si esclude - scrive il giudice Salvini - che l'attentato di Piazza Fontana avesse la finalita' di favorire il programma del golpe che era fissato per la fine del 1969, sull'onda della paura e del disorientamento provocato da una catena di attentati".
Nell'aprile 1995 Il giudice milanese Grazia Pradella diventa titolare del troncone dell'inchiesta su piazza Fontana, che da quel momento riprendeva con il nuovo rito. La Pradella utilizzera' il lavoro di Salvini con il quale avra' pero' rapporti un po' difficili.
Nel settembre 1996 la Pradella e' affiancata da Massimo Meroni.
Il 17 maggio 1995 e' arrestato per falsa testimonianza Sergio Minetto, ex rappresentante di elettrodomestici e presunto agente della Cia. Sembra che Digilio avrebbe raccontato che proprio Minetto lo avrebbe incaricato di infiltrarsi nella cellula padovana di "On per "controllare" l' attivita' del gruppo che faceva capo a Freda.
Nel luglio 1995, il giudice Pradella iscrive nel registro degli indagati, per il reato di strage, alcune persone tra cui Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi.
Ad ottobre il pubblico ministero di Venezia Felice Casson iscrive Salvini nel registro degli indagati perche', secondo l' ex responsabile nel triveneto di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi, un ufficiale dei Ros dei carabinieri aveva cercato di convincerlo a collaborare in cambio di denaro, su ordine di Salvini stesso. Anche Martino Siciliano sarebbe stato pagato per le sue rivelazioni. La vicenda si e' poi conclusa nel febbraio 1999 con l'archiviazione delle accusa da parte del Gip di Venezia.
Preceduto a fine ottobre da alcune rivelazioni pubblicate su "La nuova Venezia", il 10 novembre 1995 il tg della sera di Videomusic afferma che il giudice Salvini "si e' formato l'opinione che l'uomo che confeziono' e colloco' la bomba nella banca nazionale dell'agricoltura" sarebbe Delfo Zorzi.
Il 23 luglio 1996, su ordine del PM di Milano Grazia Pradella, con l'accusa di favoreggiamento personale aggravato da finalita' di terrorismo ed eversione, sono arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali. Tutti e quattro sono accusati di favoreggiamento, dal gennaio scorso, nei confronti di Zorzi e Maggi. I quattro verranno poi scarcerati dopo un po'.
Intanto cominciano a trapelare indiscrezioni sui contenuti dell'inchiesta. Digilio avrebbe raccontato che tra il '67 ed il '69 Delfo Zorzi acquisto' a Venezia circa 200 candelotti di gelignite per una cifra compresa tra i 5 ed i 10 milioni di lire. L' esplosivo era dello stesso tipo dei 10 candelotti che il 12 dicembre '69 causarono la morte di 16 persone nella Banca dell'Agricoltura. Digilio avrebbe precisato che l' esplosivo fu venduto a Zorzi da Roberto Rotelli, morto negli anni '70, titolare di una impresa del Lido di Venezia che si occupava di recupero di navi affondate e sospettato di essere coinvolto nel contrabbando. Rotelli era autorizzato a comperare e usare esplosivi per il suo lavoro. Zorzi avrebbe poi sistemato la gelignite in un casolare nel mestrino, forse a Spinea, dove aveva sede una sua impresa di import-export. Ma Digilio ha anche rivelato che Zorzi gli confido' di aver partecipato personalmente alla collocazione della bomba nella banca milanese, aiutato dal figlio di un direttore di banca. Secondo quanto messo a verbale da Carlo Digilio, nel 1973 Zorzi gli avrebbe detto: "Guarda che io ho partecipato direttamente all' operazione di collocazione della bomba alla Banca Nazionale dell' Agricoltura". "Mi disse - racconta ancora Digilio - che dietro l'operazione che avevano eseguito c'erano non solo i camerati, ma i servizi segreti e quindi, anche se non volevo collaborare, avrei in ogni caso dovuto mantenere il silenzio assoluto. Inoltre, per cautelarsi ulteriormente, mi disse, non potendo negare completamente le affermazioni che aveva fatto il giorno precedente, che lui aveva preso parte direttamente non all'azione di Milano, ma all'operazione nel suo insieme e che il 12 dicembre '69 aveva agito alla Bnl di Roma. Ebbi la netta sensazione che fosse una versione di ripiego". L'esplosivo sarebbe stato portato da Mestre a Padova e poi verso Milano nella Fiat 1100 di Maggi. Digilio incontro' Maggi dopo la strage e gli chiese ragione di quanto era accaduto. "Egli mi rispose che non dovevo fare critiche ne' di tipo morale, ne' di tipo strategico, in quanto i fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e che c'era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia". Digilio contesto' che scelte stragiste avrebbero nuociuto alla destra e che alla fine tutti avrebbero "rischiato di persona". "Lui mi rispose che non dovevamo preoccuparci, perche' chi aveva organizzato questa strategia aveva anche pensato a come portare le indagini su altri e cosi' effettivamente stava succedendo". Marcello Soffiati, altro esponente ordinovista e al contempo agente della rete americana nel Triveneto, diede a Digilio altre informazioni intorno a Natale '69: "Maggi si era occupato personalmente di 'muovere' alcuni elementi di Trieste che erano andati a Roma per integrare la parte dell'operazione avvenuta nella capitale, e che era stata gestita soprattutto da Delle Chiaie". A gestire politicamente l'operazione, secondo Digilio, sarebbero stati i socialdemocratici "fin dall'inizio", una parte della Dc, il vertice e una parte del Msi. A questo progetto sarebbe stato dato un sostanziale assenso dalla rete americana che dipendeva dalle basi militari nel Veneto e che "controllo'" l'attività del gruppo di Ordine Nuovo guidato da Maggi e Zorzi. Digilio, dopo la strage, incontro' anche il suo referente Usa, il cap. David Carret. "Carret mi confermo' - afferma Digilio nei verbali - che quello era stato il progetto, ben visto anche dagli americani e che era fallito per i tentennamenti di alcuni Dc come Rumor. Spiego' anche che nei giorni dopo la strage le navi sia americane, sia italiane avevano avuto l' ordine di uscire dai porti perche', in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano essere piu' facilmente colpite". Secondo Digilio, Maggi era deluso per la "ritirata" di Rumor, che aveva impedito "un'immediata presa di posizione dei militari. Disse proprio 'presa di posizione' e non 'presa di potere', nel senso che sarebbe stato un primo intervento che avrebbe dato inizio ad un maggior controllo dei militari sulla vita del Paese, senza un vero e proprio colpo di Stato. Cio' avrebbe permesso, comunque, l' uscita allo scoperto dei 'Nuclei di difesa dello Stato', cioe' le strutture miste militari e civili che avevano il compito di sostenere la svolta autoritaria". Digilio dice anche che Maggi "in modo ironico, ma con sicurezza, mi spiego' che l' incriminazione degli anarchici era stata una mossa strategica studiata dai servizi segreti nel momento in cui era stata concepita l' intera operazione".
Martino Siciliano avrebbe confermato la tesi della strage del 12 dicembre come "golpe mancato". Siciliano mette a verbale che "Secondo Zorzi, gia' prima dei fatti del dicembre vi erano stati contatti fra alti esponenti di Ordine Nuovo a Roma e ambienti istituzionali, soprattutto democristiani, per giungere ad una soluzione di quel tipo in caso di attentati gravi. Tale soluzione sembrava sicura ma dopo gli attentati del 12 dicembre l' on. Rumor aveva disatteso queste nostre aspettative e non si era sentito di portare avanti questa scelta. Per questo l' on. Rumor, agli occhi degli alti dirigenti di Ordine Nuovo, fra i quali Zorzi mi indico' Carlo Maria Maggi e Paolo Signorelli, era visto come un traditore e quindi andava prima o poi punito". Siciliano avrebbe anche raccontato che gli attentati compiuti nell' ottobre 1969 alla scuola slovena di Trieste e a un cippo di confine posto nei pressi di Gorizia avevano costituito le prove per la successiva strage di piazza Fontana. Il pentito ha fatto anche i nomi di chi, nelle file triestine di Ordine Nuovo, aiuto' lui e Delfo Zorzi a porre le bombe, parlando di un appartamento triestino in cui l' ordigno era stato innescato. Per Siciliano, gli attentati di Milano e Roma erano stati pensati e commissionati ad alto livello e materialmente eseguiti da Ordine Nuovo del Triveneto.
A marzo 1997 Salvini deposita presso i colleghi Pradella e Meroni gli atti dell'istruttoria relativa ai primi 22 imputati ritenuti appartenenti ad Ordine Nuovo, tra cui Zorzi, Siciliano, Rognoni, Azzi, Freda e Ventura. Le imputazioni riguardano i reati commessi dal 1966 agli inizi degli anni '80.
Il 14 giugno 1997, su richiesta dei PM milanesi Grazia Pradella e Massimo Meroni, la Digos di Venezia arresta Carlo Maria Maggi, mentre l' arresto di Delfo Zorzi non e' eseguito perche' Zorzi vive in Giappone, paese di cui ha acquisito anche la cittadinanza. Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi sono accusati di concorso in strage insieme a Franco Freda e Giovanni Ventura, nei cui confronti non si puo' procedere perche per questo reato sono stati assolti con una sentenza passata in giudicato. Nella stessa inchiesta e' indagato per concorso in strage anche l' ordinovista milanese Giancarlo Rognoni, principale esponente del gruppo "La Fenice". L' ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Clementina Forleo e composta da circa 250 pagine sostiene che la strage alla Banca dell'Agricoltura fu "una strage di stato contro lo stato" voluta ed appoggiata dai servizi segreti di allora, dal Sid e dall' Ufficio Affari riservati del Viminale per favorire in Italia il cosiddetto 'Golpe Borghese': un progetto di colpo di stato che doveva verificarsi alla fine del 1969 ma che poi fu 'rinviato' di un anno. Ma il Gip calca la mano sul "disegno degli apparati istituzionali dell' epoca" per compiere atti terroristici, depistaggi di indagini", in particolare verso l' estrema sinistra. Il giudice, infatti, cita l' episodio dei timer uguali a quelli utilizzati negli attentati di On nel 1969. Dovevano essere nascosti in una villa dell'editore Giangiacomo Feltrinelli per sviare le indagini su Piazza Fontana indirizzandole verso ambienti della sinistra. Un intero capitolo dell'ordinanza, infine, e' dedicato ai rapporti tra il gruppo responsabile della strage e gli apparati di sicurezza italiani e stranieri, in particolare quelli dei Paesi dell' Alleanza atlantica. Sono anche citati numerosi documenti scoperti nell' autunno 1996 nel deposito sulla via Appia a Roma ed appartenenti all' archivio del disciolto Ufficio Affari Riservati del Viminale. Nelle carte dell' ufficio affari riservati del ministero dell'Interno c'erano anche elementi e notizie raccolti dal confidente Enrico Rovelli, alias Anna Bolena e tenute nascoste alla Questura di Milano, che stava indagando su piazza Fontana. Rovelli, inserito nell' ambiente anarchico, raccolse elementi vari rispetto al ruolo giocato nella vicenda da Nino Sottosanti, uno dei sosia di Pietro Valpreda chiamato in causa durante la prima fase dell'inchiesta e poi uscito definitivamente dalla vicenda. Nell'archivio di via Appia sono stati rintracciati anche una pila, una lancetta e un quadrante deformato che facevano parte degli ordigni utilizzati l'8 e il 9 agosto '79 negli attentati.
A gennaio 1998 salgono a cinque gli indagati dalla Procura della Repubblica di Milano. L'ultimo indagato, con l'accusa di concorso in strage, e' Dario Zagolin, che dal 1974 vive in Francia.
Il 2 marzo 1998 Carlo Maria Maggi ottiene la scarcerazione grazie alle non buone condizioni fisiche, ma gli viene imposto l' obbligo di dimora nella sua abitazione veneziana della Giudecca.
In giugno, i periti nominati dal Gip Forleo stilano per Carlo Digilio, 61 anni, che ha perso la memoria dopo essere stato colpito da ictus, una diagnosi di incapacita' di sottoporsi ad esami testimoniali per "decadimento delle facolta' mneomoniche". Negli ultimi tempi anche Siciliano ha cambiato atteggiamento, e dopo una deposizione resa a Palazzo di Giustizia di Milano ha fatto perdere le sue tracce: si troverebbe in Colombia.
Il 13 aprile 1999 comincia l'udienza preliminare. Davanti al Gip Clementina Forleo sono chiamati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Digilio, che devono rispondere di concorso in strage insieme a Franco Freda e Giovanni Ventura, non imputabili perche' assolti nei precedenti processi di Catanzaro e Bari. Inoltre Piero Andreatta e Piercarlo Montagner sono accusati di favoreggiamento nei confronti di Zorzi e Maggi. Stessa accusa anche per Stefano Tringali, nei confronti di Zorzi, e Roberto Raho, nei confronti di Maggi. Nell' udienza, il gip respinge una serie di eccezioni preliminari e aggiorna l' udienza a maggio. In aula era presente solo Stefano Tringali. Il Gip ha accolto la costituzione di parte civile presentata dai legali del Comune di Milano e delle persone offese.
L' 8 giugno, il gip Forleo rinvia a giudizio Delfo Zorzi, latitante in Giappone, Carlo Maria Maggi, e Giancarlo Rognoni, ritenuti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage. Una quarta persona, Stefano Tringali, e' rinviata a giudizio per favoreggiamento nei confronti di Zorzi.
Il processo si terra' il 16 febbraio del 2000 davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d'Assise di Milano. Il Gip Clementina Forleo ha anche disposto 'non luogo a procedere' per Piero Andreatta, Piercarlo Montagner e Roberto Raho perche', essendo i tre indagati in procedimenti connessi, sarebbero responsabili di 'autofavoreggiamento' e come tale non processabili. Dal Giappone, in una lettera ai suoi difensori, gli avvocati Gaetano Pecorella e Antonio Franchini, Zorzi scrive:"Sono stato rinviato a giudizio per una strage che non ho commesso, che non avrei potuto commettere a 20 anni, che non avevo ragione di commettere, senza che esista una prova a mio carico o almeno senza che esista qualcosa che un Paese civile possa avere il nome di prova. Contro di me vi sono soltanto le dichiarazioni farneticanti di un tale Digilio, un soggetto che ha taciuto per trent'anni, che e' stato di fatto riconosciuto incapace di intendere e di volere e la cui infermita' di mente risale ad un'epoca che precede le sue piu' importanti dichiarazioni accusatorie nei miei confronti. In tali dichiarazioni tra l'altro inizialmente venivo accusato di avere commesso gli attentati di Roma del 12 dicembre 1969: nelle successive divenivo l'autore materiale dell'attentato di piazza Fontana avvenuto a Milano, come noto, lo stesso giorno e nelle stesse ore degli attentati di Roma. Digilio mi attribuisce il dono dell'ubiquita'. Lo stesso giudice che mi ha rinviato a giudizio ha talmente poco creduto alla consistenza delle sue affermazioni che ne ha interrotto l'interrogatorio. Costui, tra l'altro, ha descritto l'ordigno e l'esplosivo della strage con caratteristiche del tutto diverse da quelle ricostruite dai periti nei precedenti processi. Il giudice si e' pero' rifiutato di disporre una ulteriore perizia su questo punto, temendo che il collaboratore del pm fosse irrimediabilmente smentito. Del resto, se fossi colpevole, sarei in buona compagnia, visto che Digilio ha indicato come miei mandanti e complici la Nato, la Cia e quindi gli Stati Uniti. Vivo all'estero e all'estero si parla di giustizia 'Italian style': mi pare pero' che di stile ce ne sia davvero poco". Il 28 giugno, il gip Forleo rinvia a giudizio anche Carlo Digilio, la cui posizione di Carlo Digilio era stata stralciata perche' Digilio era malato".


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