15 ANNI NEL 69


Il 13 dicembre del 1969 ero un ragazzino di 15 anni che andava a scuola in un liceo romano. Non ricordo se la sera prima avevo visto il telegiornale che parlava delle bombe. Forse no, in quel periodo a casa mia non c’era la televisione e, comunque, allora la tv non era ancora il mezzo esclusivo di informazione che sarebbe diventato in seguito. Forse lo seppi nei capannelli fuori della scuola e tutti dicevamo tra noi : "Eccoli, sono stati i fascisti !" . La nostra cultura di sinistra, la storia che avevamo cominciato ad afferrare, una certa percezione del caos che si viveva in quel periodo e, naturalmente, la ‘sicurezza’ ideologica tipica degli adolescenti, non mi fece venire il minimo dubbio. Così come non ebbi il minimo dubbio che questa era una ‘provocazione’ bella e buona. Quante volte, nei decenni trascorsi, in altre nazioni, le bombe erano servite a spaventare la gente e a spingere verso ‘l’ordine’ che, immancabilmente era vestito di nere divise, di cappelli con la visiera, e comportava la chiusura di giornali, l’abolizione dei partiti politici, l’incarcerazione degli oppositori, ecc. ? Era un attentato contro di noi, contro gli ‘studenti rivoluzionari’ la classe operaia, la sinistra, ecc. Sapevo che, comunque, prima o poi sarebbero stati smascherati. Dopo un paio di giorni, un anarchico (per me un vecchio, anche se aveva poco più di quarant’anni) , vola dalla finestra della questura di Milano. Suicidio, dicono subito i comunicati ufficiali che però mostrano una scarpa rimasta in mano ad uno dei poliziotti mentre il cadavere ne aveva due ai piedi al momento dell’impatto. Eh, si, allora succedeva anche questo ! Alcuni quotidiani particolarmente zelanti scrissero che l’anarchico si era suicidato ‘perché scopertosi colpevole’. Esagerazione evidente: l’individuo in questione era fuori discussione, come ebbe a precisare la stessa polizia. La successiva versione era che si era suicidato "perchè aveva capito che erano stati gli anarchici e siccome per lui anarchia voleva dire amore …". I poliziotti insistevano sulla perdita d’equilibrio, sul ’malore improvviso’ (ma il davanzale arrivava quasi alle ascelle, e poi perché la finestra era aperta durante una notte milanese a dicembre?) . Insomma, non bisognava essere attivisti comunisti o parenti di Perry Mason per capire che le cose cominciavano male. Dopo un altro giorno o giù di lì , spunta il colpevole Pietro Valpreda , anarchico e ballerino (orrore!) e con lui un gruppetto di innocui personaggi che, per mia fortuna, avevo avuto modo di conoscere e frequentare, seppure superficialmente, sino ad una ventina di giorni prima della strage. Insomma, che quelli fossero capaci di accendere, non dico la miccia di una bomba, ma anche quella di un petardo, anche ai miei occhi di quindicenne era altamente improbabile. Mai avevo visto, nel mese circa in cui avevo partecipato a qualcuna delle loro ‘riunioni’ la benchè minima capacità diversa da quella di scambiare frasi e principi senza conseguenza alcuna per poi finire, immancabilmente , in una di quelle osterie che allora ancora esistevano nel centro di Roma. Tant’è che mi ero allontanato velocemente da quella inconcludente, seppur folcloristica combriccola (io dovevo fare politica seriamente !) . L’unico che aveva destato in me qualche interesse era un certo Mario Merlino, secondo me il più risoluto e convinto che bisognava dare esempi, lanciare molotov, ecc. Anche se al suo attivo, si diceva, che  le uniche due molotov lanciate erano : 1- servita a dare alla polizia il pretesto per dare un sacco di botte ad un corteo indifeso a via Nazionale-2 Ad annerire il pavimento della sezione Colle Oppio del MSI (stranamente i mobili erano stati spostati contro il muro poche ore prima dell’attentato e non ci fu nemmeno una denuncia alla polizia dell’episodio, a parte i titoli cubitali de ‘Il secolo d’Italia’ che descriveva il ‘criminale assalto dei rossi’. Un altro ‘anarchico’ mi era simpatico. Parlavamo molto spesso assieme in termini ‘teorici’ e mi sembrava più attento alla realtà e meno esaltato e inconcludente. Qualche tempo dopo ne capii il perché: era un agente di polizia infiltrato nel gruppo che, evidentemente si annoiava perché non succedeva niente. Quanto a Merlino, uscì immediatamente fuori che era un fascista, anche lui infiltrato allo scopo di fare un po’ di casino. Insomma, c’era un bel po’ di che preoccuparsi e, se non avessi avuto quindici anni, mi sarei dovuto fare un sacco di domande sulla mia capacità di scegliermi gli amici. Per qualche mese rimasi a chiedermi che c’entrava un fascista con gli anarchici e perché avrebbero dovuto compiere assieme un attentato. Poi ci furono di mezzo altre cose, vicende personali, adolescenza, ecc.. Si stabilì, per qualche mese, una specie di caccia alle streghe durante la quale ebbi la fortuna di essere espulso da scuola per un anno "per aver mostrato aperto disprezzo per le istituzioni scolastiche, aver fatto costante opera di sobillazione e incitamento alla rivolta , aver avuto un contegno oltraggioso verso il corpo insegnanti" . Beh, che chiedere di più al cielo, l’unica cosa è che mi annoiavo un po’ , in attesa che scoppiasse l’inevitabile rivoluzione. Sino ad un giorno in cui, dopo un mese e due dalla strage, qualcuno che conoscevo di vista mi si avvicinò con circospezione chiedendomi informazioni su Merlino, in particolare su un episodio riguardante un tram in cui sarebbe salito all’ora della strage, ecc. Bene, ero al settimo cielo. Non ci misi molto a convincere il mio interlocutore che avrei potuto dire tante altre cose, ecc. Dopo la solita trafila conobbi un gruppo di compagni, tutti, naturalmente più grandi di me , che mi fecero fare una promessa solenne di non rivelare quello che sarebbe accaduto e che stavano svolgendo una controinchiesta sulla strage. I miei sogni apparvero realizzati: ero un agente segreto al servizio della verità rivoluzionaria! In realtà, piano, piano, mi accorgevo che questo gruppo di persone era diverso dal resto che si incontrava, in genere, in mezzo al movimento studentesco, ai gruppi maoisti, ecc. Era gente con uno spiccato senso dell’umorismo, piuttosto coraggiosa, senza etichette ideologiche, che si riuniva, nella più assoluta segretezza cambiando sede di volta in volta. Il primo lavoro fu quello di denunciare quello che era successo all’anarchico milanese Pinelli. Un’idea era quella di far presentare l’allora giovane Pannella in questura con un paracadute sulle spalle, (pare che, qualche tempo addietro, dopo la scoperta di un giro di bische protette dal vicequestore Scirè, si fosse presentato al I distretto di polizia in smoking chiedendo dove era la sala giochi). Poi si decise per un manifesto. Uno del gruppo era un artista e tracciò il disegno su un foglio di linoleum. Poi, con i taglierini, facemmo l’incisione. Un torchio artigianale e due barattoli di inchiostro, ci consentirono, in una nottata, di stampare due o trecento copie che attaccammo nei punti centrali della città.

La notte che li attaccammo avevamo tutti una gran paura (magari io non me la ricordo perché ero un incosciente) , ma comunque rischiavamo l’arresto e, dopo quello che era successo a Pinelli non si poteva sapere come sarebbe andata a finire .

Quello stesso disegno sarebbe stato, dopo pochi anni, uno dei manifesti più diffusi in Italia tra i giovani degli anni 70, in alcuni momenti più della famosa foto di Che Guevara. Qualche anno fa ho rivisto per caso l’autore, c’è voluto un po’ a riconoscerci e abbiamo scherzato assieme sui diritti d’autore che avrebbe potuto incassare. I risultati delle ricerche svolte da quel gruppo di persone al quale mi ero trovato aggregato, furono la pubblicazione del libro "La Strage di Stato", che se non svelò i nomi degli assassini e dei mandanti, svelò agli Italiani, per la prima volta e senza censure, il groviglio melmoso di complicità tra ‘stato democratico’ servizi segreti e fascisti che inquinavano e insanguinavano la vita politica della nazione. Di quel libro non ricordo quante edizioni furono stampate e quante centinaia di migliaia di copie furono vendute. Anche qui, nessuno incassò i diritti d’autore. In occasione di una festa di compleanno di un comune amico rividi, a più di vent’anni di distanza, la persona che aveva coordinato il gruppo di lavoro, rivisto i testi, curato la pubblicazione e stimolato tutti noi ad andare avanti, per mesi, in uno sforzo che poteva sembrare assurdo e senza speranze. Era sempre lo stesso, ironico, appassionato e sembrava essersi dimenticato di tutto e pronto a fare qualche altra cosa. E’morto di cancro dopo qualche mese dal nostro ultimo incontro. Chissà se se ne è andato soddisfatto?

Enzo Minissi


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