LA STANZA DEI SETTANTADUE PITALI

(ovvero: dove vive la nostra storia)

 

Ma l'inesistenza (o l'impossibilità) di una storia del movimento non esclude affatto la possibilità di brandelli di memoria, che riescono a vivere, isolatamente e disordinatamente, da qualche parte.
Essi vivono anzitutto nei tanti compagni che fanno come Josè Arcadio Secondo, che si rifiutano cioè di dimenticare e che preferiscono piuttosto restare rinchiusi nella loro stanza dei settantadue pitali. Alcuni chiamano "pazzia" questo rifiuto di riconoscersi nello specchio vuoto della dimenticanza imposta; e certo molti compagni del movimento sono impazziti anche nel senso medico (ammesso che ne esista uno) della parola.Ci conforta, una volta di più, sapere che non è successo per la prima volta a noi, a quelli del '68 o del '77: senza andare troppo lontano basta pensare ai compagni della Resistenza. Io ho fatto in tempo a conoscerne parecchi, prima che cominciassero a morire come mosche nell'ultimo decennio (erano ancora giovani, ma noi eravamo troppo giovani per accorgercene e ci sembravano vecchissimi già a sessant'anni); ebbene credo che si possa dire che per la generazione dei partigiani il vino ha svolte la stessa funzione che la droga ha svolto per la nostra: la cirrosi epatica diffusa nelle sedi dell'ANPI, che noi guardavamo con un sorriso di idiota disprezzo, descrive in realtà una pagina della storia non scritta del movimento rivoluzionario italiano meglio che non dieci libri alla Del Carria ._Si deve impazzire, quando si perde, anche per non dimenticare i morti: noi non abbiamo avuto i 3000 morti della stazione come Josè Arcadio Secondo, né sono morti tutti i nostri migliori, come ripeteva sempre Ferruccio Parri (che è morto da solo, nello stesso ospedale militare in cui era rinchiuso, si fa per dire, Kappler, e dopo morto gli hanno messo un bel crocifissone in mano); ma anche il nostro movimento ha avuto i suoi compagni assassinati, direttamente dalla polizia o dai fascisti, o indirettamente, dalla sconfitta e dalla disperazione. Io non li voglio dimenticare, non voglio dimenticare Paolo Rossi e Domenico Congedo, Francesco Lo Russo e Walter Rossi, non voglio dimenticare Junia e Leone e Carlo Rivolta e una ragazzina col caschetto biondo che diventava subito rossa e si è uccisa una domenica pomeriggio del '77 e si chiamava Isabella, e aveva diciannove anni. Ma oltre che nella nostra pazzia, la memoria del movimento vive in un luogo più impervio e più sicuro: nella paura delle classi dominanti: loro sì, davvero, non scordano niente. I baroni universitari, per esempio, sono ancora decisi a farci pagare la paura che si presero vent'anni fa e non si rassegnano ancora (diciannove anni dopo!) all'unico esito legislativo del '68, cioè alla cosidetta "liberalizzazione degli accessi" a cui essi fanno risalire (contro ogni buon senso) tutti i mali dell'università. In fondo, a pensarci bene, con il movimento dell'85 abbiamo comunicato proprio e solo attraverso la paura dei benpensanti: "Non farete mica un nuovo '68?", hanno detto; "Non si tratterà di un altro '77?", hanno balbettato; così senza saperne niente né del '68 né del '77 una nuova generazione di studenti ha cominciato a pensare che, in fondo, tanto male non dovevano essere stati se la Falcucci ne conservava ancora terrore. Infine la memoria dei movimenti vive nel
tam tam, cioè in quel dirsi reciproco, ininterrotto e trasfigurante, con cui da sempre gli oppressi hanno comunicato fra loro. Studiando l"'ucronia" dei suoi operai ternani, Sandro Portelli ha spiegato bene che l'attendibilità non è il requisito fondamentale di questa comunicazione: il fatto che il vecchio militante racconti di aver partecipato ad una riunione sull'insurrezione con Togliatti, Gramsci e Terracini in cui l'insurrezione fu bocciata con un solo volo di scarto, non è meno importante solo perché quella riunione non avvenne mai. Passa attraverso questo tam tam orale anche l'esperienza accumulata? Si riescono così ad evitare gli errori già fatti, a tesaurizzare conoscenze, a sedimentare intelligenza collettiva intorno al problema della rivoluzione? Vorrei rispondere di sì a queste domande ma non ci riesco; credo che nella trasmissione orale, rapsodica, mitizzante, molto vada perduto che non dovrebbe. Non credo che questa memoria ci possa bastare. D'altronde si capisce che comunicassero così movimenti di analfabeti, ma i nostri? Perché non dovrebbero pensare su se stessi, dunque scrivere? Perché non si sono dotati di strumenti minimamente elaborati e raffinati per non lasciare disperdere le cose che, dolorosamente, hanno imparato? Non ci sono forse fra i militanti dei movimenti più recenti persone che sanno scrivere o che, addirittura, scrivono per mestiere? Dunque il problema si sposta su di loro, su di noi, sui motivi soggettivi che hanno spinto una generazione (in gran parte composta di intellettuali) al silenzio. Il primo di questi motivi è certamente la rimozione. Si tace ciò che si vuole dimenticare e si vuole dimenticare ciò che dà dolore a ricordare, in questo caso una sconfitta. Ma non è una spiegazione esauriente: ci sono sconfitte che hanno prodotto fiumi di inchiostro; d'altronde il pensiero concreto del proletariato, dal 1848 ad oggi, non ha forse funzionato sempre così? Tentare, sbagliare, capire gli errori ritentare ancora., era questo il consiglio sensatissimo del Presidente: si sarebbe sbagliato sempre meno e capito sempre di più, fino a vincere. No, c'è di più: per capire questo silenzio occorre guardare dentro una piaga sporca e nascosta, occorre capire il rapporto complesso e non sempre limpido che legò l'intellettualità giovanile alla rivoluzione negli anni del movimento e capire anche di quanta ipocrisia e di quanta malafede quel rapporto fosse intessuto, insieme ad altre cose belle e nobili. Per capire occorrerà guardare dentro l'ennesima trahison des clercs, cioè dentro all'abitudine (al vizio? alla caratteristica?) propria degli intellettuali: il tradimento.

[Tratto dal libro "Frammenti di un discorso politico " di Raul Mordenti, edizioni Cierre.]


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