A proposito degli studenti

Che fossero tutti e solo rampolli borghesi è cosa che appartiene alla mitologia. Non ero solo io figlio di povera gente. Elevato, anche se, questo sì, non maggioritario, era il numero degli studenti lavoratori e quello degli studenti meridionali molti per nulla agiati, emigrati a studiare e a inseguire una laurea negli atenei di Roma e del Nord, ritenuti culturalmente e scientificamente più validi.  Ma tutti vivevamo, anche se con gradi di intensità diversa, quella che sentivamo essere e chiamavamo una condizione di «proletarizzazione»: perché costretti a uno studio obsoleto, il cui scarto con la realtà era spesso abissale; perché inseriti in un meccanismo, quello delle gerarchie accademiche assolutamente non democratico; perché decimati dalla selezione lungo il percorso degli studi; perché era quasi la regola l'impiego dequalificato dopo la laurea, quando la prospettiva non era la disoccupazione; perché apparivano sempre più estranei i valori della cultura dominante, secondo cui era giusto tutto, dal genocidio in Vietnam al consumismo (per chi poteva), dalla miseria per moltissimi all'emarginazione e allo sfruttamento chiamati disciplina del lavoro.

Ecco perché il movimento studentesco italiano, che parte in forme frastagliate quanto a modi, tempi e luoghi della mobilitazione, inizia la lotta centrandola su rivendicazioni specifiche concernenti il concreto dello studio e della scuola e velocemente arriva alla «contestazione globale del sistema». A porsi cioè in una posizione dì antagonismo all'organizzazione del potere esistente e a immaginare una lotta di lunga lena, in grado di costruire una società delle eguaglianze e del rispetto dei diritti.

 

Brano tratto dal primo capitolo del libro "Formidabili quegli anni", di Mario Capanna


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