DIALOGHETTO
(a proposito del '68, di
quel che oggi si scrive su di esso e
di quel che va a finire negli "immondezzai")
A.: "Mah, sarò un reduce, un
irriducibile nostalgico, ma dopo aver visto ieri in tv Giuliano
Ferrara, così largamente soddisfatto
di sé e della sua finezza di spirito, così aggressivamente
sicuro nello stabilire cosa è discorso 'serio' e cosa non lo
è...."
B.(un po' spazientito):"Be', e allora?"
A.: "Allora penso proprio che ci vorrebbe un altro
'68!"
B. : "A parte che Ferrara è un figlio legittimo del '68...
ma poi, vedrai, tornerà pure il '68, così come tornerà tutto
eternamente, la trasmissione di Ferrara, questa nostra
conversazione filosofica...
A.: "Senti, non ricominciare con la tua visione circolare
della storia, con il tuo esoterismo chic, degno di F.M. Ricci e
di 'Abstracta'. Se devo abbandonare la visione marxista, non
sarà per queste cialtronerie patinate."
B.(con un tono rassicurante):"No, no, scherzavo. Non
dobbiamo abiurare niente. Ma il vero guaio è un altro: forse non
abbiamo mai avuto un rapporto profondo neanche con la tradizione
di pensiero socialista... esattamente come oggi tendiamo ad avere
un rapporto fasullo, consumistico o velleitario con le grandi
tradizioni sapienziali."
A.: "Sì, tutto è stato furiosamente attualizzato,
avvicinato, eppure tutto è così spaventosamente distante da
noi."
B. :"Ed è in gran parte colpa del '68, lo ammetterai?"
A.: "Ma a cosa pensi di preciso, quando parli di '68? a
volte non ti capisco."
B. : "Be', sai, credo che ognuno abbia in mente una cosa
diversa... come del resto succede per tante altre parole, per
tante altre immagini capaci di suggestionare il cuore degli
uomini."
A.: "Vuoi dire come succede con 'rivoluzione' e con
'felicità'?''
B. :"Sì, e perfino con 'Dio'. Il '68 è diventato ormai una
grande metafora.."
A.(comincia a scaldarsi: il tono si fa più concitato):"Alt!
Conosco bene questa musica... Sì, certo, tutto sta per
qualcos'altro... abitiamo tutti, senza saperlo, in una
lussureggiante foresta di segni, da esplorare e decifrare
all'infinito... il mondo vero è diventato favola, e non c e più
niente di reale."
B. :"No, anzi volevo dire che quella metafora è qualcosa di
molto 'reale', ha una sua funzione sociale, serve alle persone
per comunicare tra loro, per riconoscersi, per autodefinirsi. Se
tu parli di '68 con me è diverso che se ne parli con una con
messa di Standa nata in quell'anno; e così sarà diverso se ne
parlano tra loro, trovandosi molto d'accordo, De Michelis
Colletti."
A.: "Sarà, però mi sembra che così il '68 diviene una
figura retorica... si svapora, si svuota di ogni consistenza
reale, storica..."
B. :"Basta, te ne prego, con la Storia, che non è, voglio
sperare, l'unica 'realtà' o tutta la 'realtà"
A.: "Senti, non farmi il reazionario insofferente! La
Storia. esiste, ed ha importanza."
B. :"Anche la geografia, e ha pretese più umili."
A.: "Puoi anche fare battute ciniche, ma alla fine sai cosa
è in gioco? Quella che per noi è una 'esistenza degna di esse
vissuta..."
B. :"Ecco il punto: 'degna di essere vissuta'! Quando
diventerebbe 'degna', sai dirmelo? Tempo fa la Rossanda lamentava
una diminuita 'visibilità' delle persone, degli oppressi, degli
esclusi. Ma basta con questo fantasma della 'visibilità'! Se uno
non interviene ad un'assemblea, se non partecipa alla politica,
se non è interamente consapevole dei propri diritti, non per
questo la sua esistenza sprofonderebbe in una desolata
oscurità!"
A.: "Ma partecipare ad un'assemblea può essere
un'esperienza gioiosa, liberatoria."
B.: "Certo. 'può essere'. Non ti contesto a priori il
concetto di una felicità pubblica, legata
appunto al partecipare e al discutere, ma ci sono tante altre
felicità, tante altre 'pienezze' possibili. Insomma, se ci sta a
cuore l'emancipazione di tutti gli
individui, non dovremmo ispirarci ad un concetto di 'valore' o di
'dignità' connesso esclusivamente alla sfera della Storia."
A.: "Ma ti rendi conto che il tuo è un candido elogio del
qualunquismo, del disimpegno, e in tempi come questi?"
B.: "Forse, ma non sono più tanto sicuro su cosa sia
'impegno'. E poi, anche qui, questa benedetta faccenda della
'visibilità'.,."
(B. guarda fuori della finestra: le cose e le persone gli
sembrano tutte molto più 'visibili', molto più concrete dei
tanti quotidiani pieni di inserti ammonticchiati sul tavolino)
già, la visibilità. Non è che io mi senta dalla parte di
yuppies e rampanti, che naturalmente se ne fregano della
'invisibilità' dei più. Ma il fatto è che la resistenza al
dominio, o al 'sistema', o come lo vuoi chiamare, si può
esercitare in mille modi, anche silenziosi, anonimi, solitari,
poco appariscenti, non organizzati."
A.: "Stai pensando a degli individui isolati, non collegati
tra loro?"
B.: 'Ah, sai che mi fai venire in mente? Una frase che Trotzskij
rivolse non so più a quale oppositore e ai suoi seguaci,
cacciandoli da un'assemblea: Siete pietosi individui isolati!
Andate dove meritate di stare, nell' immondezzaio
della storia!..."
A.: "Be', non ti disturberà, spero,
l'enfasi polemica, la mancanza di misura?"
B.: "No, mi dà però fastidio l'escludere che
nell'immondezzaio della Storia ci si può trovare nient'affatto
male (oltre al fatto che ci finì, e brutalmente, lo stesso
Trotzskij)."
A.: "Sì a ben vedere poi quest'immondezzaio, sottratto ai
potenti riflettori della Storia, è piuttosto affollato.... un
po' mi ci sento dentro pure io.
B.: "Ti dispiace molto?"
A.: "Forse no... ma oggi l'aria che tira non è certo
favorevole a chi resta indietro o ai margini. I perdenti, gli
emarginati, i dimenticati... oggi non li canta più nessuno.
Forse Chaplin era soltanto consolatorio, ma allora c'erano almeno
più dubbi su cosa fosse 'valore'. C'era più pudore da parte
delle classi dominanti nel dichiarare esplicitamente 'guai ai
vinti!'..."
B.: "Questo è vero. Oggi non ci si vergogna più per aver
agito male o perché si hanno dei privilegi, ma solo per aver
ingenuamente creduto in qualcosa, per essere stati degli
allocchi, per esserci 'cascati'."
A.: "Comunque, ti sembrerò edificante, ma nonostante tutto
ho l'impressione che viviamo in una fase di transizione, direi di
dolorosa temporanea inefficacia della rivoluzione."
B.: "Lo vedi! Ecco che parli 'temporanea' inefficacia...
un'inefficacia sospesa, che sta in attesa della efficacia
prossima ventura. Ma ti chiedo: se la rivoluzione, qualsiasi cosa
si intenda per essa, non dovesse diventare 'efficace' nel corso
della nostra esistenza, questa esistenza avrebbe forse meno
'valore'?"
A.: "No, ti dico solo che se non ci sarà un altro '68 è in
pericolo non solo la sfera impalpabile dei 'valori' ma la stessa
sopravvivenza della specie."
B.: "Sei proprio un apocalittico traboccante di speranza...
però riconoscerai che il '68, che pure è stato un anno di
rivolte _e di sommovimenti, ha coinciso poi con il dominio
planetario della piccola borghesia, dei suoi miti, delle sue
manie e ossessioni, prima di tutte quella del consumo... consumo
di tutto, di merci, di idee, di rapporti sentimentali, di
cultura."
A.: "Ma il '68 ha imposto mode culturali tutt'altro che
spregevoli!"
B.: "E vero. Ma è anche vero che ha allevato, fabbricato e
preparato il pubblico di Eco."
A.: "Cioè?"
B.: "Ma sì, un pubblico di massa che non vuole più solo
divertirsi o evadere, come i nostri genitori, ma che vuole
contemporaneamente informarsi, acculturarsi, aggiornarsi... tutto
deve servire, essere utile, e nel più breve termine possibile, a
ritmi febbrili."
A.: "Ma come! La grande cultura critica..."
B.: "Appunto in questi anni c'è stata la degradazione, le
neutralizzazione della grande cultura critica, ridotta ad
elemento decorativo, a chiacchiera, a puro kitsch,
perfino a strumento di potere."
A.: "Non sono sicuro che sia proprio così."
B.: "Ma sì, ormai tutti citano tutti, con una faccia tosta
disarmante. Pippo Baudo in un'intervista citava Adorno; Arbore,
sì proprio lui, che forse è il 'Grande Fratello', citava
Orwell, e Minoli chissà chi altro..."
A.: "Ma cosa vorresti? L'incultura da telecomando del
borghese tronfio e appagato?"
B.: "Ma lo sai che la borghesia, definita in mille modi,
spesso contraddittori tra loro, si caratterizzava soprattutto
nell' '800 per un abitudine sociale: l'aspirazione alla cultura,
il bisogno spasmodico, insaziabile, di consumare cultura!"
A.: "Va bene, ma in questo c'è anche un aspetto positivo,
utopico, di genuino amore per il sapere..."
B.: "Ti prego, non mi parlare di utopie!"
A.: "Be', ora esageri, così rifiuti qualsiasi possibilità
di immaginare un modo di vivere diverso da questo... possibile
che non senti qualche volta, non so, in certi stati di grazia,
che il presente è insufficiente, che contiene qualcosa che
dovrà pur esprimersi, dispiegarsi, un non-ancora, una
potenzialità..; a volte penso che l'umanità un giorno parlerà
di noi e dei nostri tempi con stupore e indignazione e anche con
compassione."
B.: "Alt! Guarda che i nostri tempi sono certo pieni di
orrori, di atrocità inespiabili, ma questa umanità così
nobile, compassionevole e sussiegosa mi fa un po' tremare! E chi
si crede di essere, direbbe Totò! È troppo lontana
dall'umanità che conosco, ed è troppo piena di sé. Come se poi
dal male ci si liberasse una volta per tutte! No... diceva un
grande rivoluzionario che scopo del bambino non è diventare
adulto, ma essere bambino, cioè giocare, divertirsi... gli scopi
lontani sono sempre ingannevoli."
A. (in quel momento entra la figlia di 6 anni. Pensa: sì, certo
'essere bambini', ma lei non può 'essere bambina', così
orrendamente degradato è il mondo in cui vive...): "Be',
ora devo salutarti; è venuta la piccola, e oggi devo badarci
io."
B.: "Va bene, ciao, a presto."
Il telefono di B. squilla di nuovo. Il tramonto illumina
malinconicamente gli stucchi dorati dei vecchi palazzi
arrampicati sul Gianicolo.
A.: "Ciao, sono sempre io. Sai, ho ripensato a quello che
hai detto prima contro l' utopismo, contro gli scopi lontani,
contro..."
B.: "Contro il nostro rinviare sempre a dopo
il significato dell'esistenza."
A.: "Sì, be'... io non rinvio proprio nulla! In un certo
senso il futuro è già cominciato. Mi vengono in mente una serie
di_esperienze, di comportamenti, di momenti prefiguranti..."
B.: "Ma perché 'prefiguranti' e non 'postfiguranti'?"
A.: "Dai! Con questi calembour mi
sembri Manganelli!"
B.: "Voglio dire, perché quello che ci sta a cuore deve
'prefigurare qualcosa (ovviamente di mai visto, di inaudito) e
non semplicemente ricordare qualcosa, o alludere a qualcosa?
Nella tua vita ci sarà pur stato qualcosa che hai amato così,
per come è, senza volerla modificare o migliorare o
correggere?"
A.: "Sì, ma appunto alludevo ad un possibile futuro
diverso."
B.: "A me questa sembra una forma deviata di manicheismo:il
presente è Male, il futuro è, o può essere, Bene, Comunque,
pensando al presente immediato... volevo chiederti un piccolo
prestito, sai, devo pagare una bolletta."
A.(c'è un momento di silenzio imbarazzato, poi, con tono
vivace): "Ecco! Vorresti prendermi in castagna! Chi parla
tanto di futuro poi in realtà sarebbe una persona tirchia e
arida! Ma no, invece il prestito te lo faccio volentieri!"
B.: "Mi sento emozionato... per il fatto di partecipare
senza saperlo ad un momento prefigurante..."
A.: "Ecco una battuta da 'Maurizio Costanzo show'! Guarda
che non ti puoi salvare sempre con lo scetticismo ironico, con l'understatement...
anche quella tradizione si è degradata... e
poi, sai che ti dico, che proprio tu il prestito non me lo
faresti mai."
B. (ride)
A.: "No, invece, a me piace uno che era totalmente e
irrimediabilmente privo di humor: Robespierre. Ce ne vorrebbe un
altro!''
B.: "Sì, ammetto che è una figura che ha il merito non
trascurabile di essere 'antipatica'. Però anche lui... a furia
dì amare l'umanità, non vedeva più gli uomini vicini,
concreti. Insomma ci risiamo: l'Umanità, l'Avvenire, la Virtù,
la Storia... tutte cose nobilissime, non prive di consistenza
(forse non crederci per niente era
un errore più grave), ma che nei proclami e nelle filosofie
diventano realtà fantasmatiche, idoli astratti destinati
perlopiù a renderci peggiori di quello che siamo.
A.: "Perché mai peggiori?"
B.: "Perché additandoci ideali sublimi, ci fanno sentire
sempre inadeguati, colpevoli, vergognosi. E quindi ci costringono
ogni tanto a farci tornare i conti a tutti i costi."
A.: "Ma a cosa vorresti aspirare tu? All'imperfezione? Alla
limitatezza? Ti sembra un programma galvanizzante?"
B. (sorride): "Forse no. Comunque, è tardi, ora devo
proprio lasciarti."
A.: "Sì, va bene, ciao... quel prestito lo faccio, te lo
faccio, non preoccuparti."
B.: "Ah si, grazie. Ciao."
B. abbassa lentamente la cornetta e guarda fuori. Ora il sole
dell'avvenire è già tramontato, con una luce cupa e bellissima.
Lo sguardo di B. si perde nell'immensità del cielo stellato, ma
non riesce a trovare nulla da contrapporre a quegli 'idoli
astratti' poco prima evocati al telefono. Da qualche giorno nella
piccola strada dove abita B. i lampioni non funzionano, e così
persone, automobili, gatti e immondezzai riposano tutti nella
stessa quieta oscurità.
Filippo La Porta
[Tratto dal libro "Frammenti di un discorso politico " di Raul Mordenti, edizioni Cierre.]