Capanna al figlio Dario: il 68? Fu una festa di lotta
dal Messaggero, 9 Marzo 1998
Al sessantotto si addicono le metafore: definirlo in modo diretto è infatti difficile. Un avvenimento, che segna il tempo? O piuttosto un complesso di eventi, una trama di fatti, uno sciamare di energie che si liberano in tutte le direzioni? Che cosè che dà a quellanno il privilegio, raro, di trasformarsi in sostantivo - il Sessantotto - come è avvenuto per il Quarantotto del secolo scorso e per lOttantanove di due secoli fa? Lessere stato una rivoluzione, come ha detto più duno? Ma se sì, di che tipo?...
Si è verificato qualcosa di meno e, al tempo stesso, di più. E emersa, secondo la definizione di allora, la contestazione globale del sistema: la messa in discussione della totalità delle forme attraverso cui il potere si è venuto organizzando e tramite le quali ipoteca lo sviluppo degli esseri umani e della Terra...Contestazione teorica e pratica, che riguarda e investe tutti i gangli e le articolazioni del potere, allinizio per intervento di minoranze e poi di milioni di persone: questa è stata la maggiore caratteristica di sintesi del Sessantotto...
Una festa di lotta, non lubriacatura dellillusione. Lentusiasmo e il gusto per ogni cosa: il corteo e la musica, loccupazione e il controcorso autogestito, lo stare insieme, vivere gomito a gomito o ritrovarsi di colpo solo in una fetida cella disolamento in carcere, lamore e lo studio. Sì, lo studio. E una panzana quella secondo cui coltivassimo lignoranza. Qualche lazzarone può anche esserci stato, è abbastanza inevitabile tra una grande folla. Ma fra unassemblea e un corteo cera sempre un libro a portata di mano. Di diverso - ed è una differenza fondamentale - cera il modo di leggerlo e di finalizzarne lapprendimento...Sentirsi luno essenziale allaltro, e tutti utili per perseguire uno scopo alto di emancipazione umana, induceva a dare il meglio di sé a se stessi e agli altri e questo, quando si verifica intensamente, genera ed estende un contagio positivo. Non a caso nel 68 diminuì il numero di suicidi e omicidi e persino delle uccisioni di stampo mafioso...
Una delle armi più acuminate, per certi aspetti la più vile perché tra le più false, usata tuttora per cercare di screditare il carattere innovatore dei movimenti di allora, è stabilire lequazione Sessantotto uguale violenza. Si tratta esattamente del contrario della realtà. E questo è vero non solo per il Sessantotto nel mondo, come la forza dei fatti si incarica di dimostrare, ma lo è in particolare per quello italiano. Da noi, più che altrove, grazie allo sfruttamento politico operato sulle lunghe e tragiche vicende del terrorismo di sinistra, lagguerrita pubblicistica del pensiero falso e debole, in stretta sintonia con apparati istituzionali, molti media e più di un pentito, ha cercato addirittura di accreditare lequazione Sessantotto uguale terrorismo o quella, poco differente, Sessantotto padre del terrorismo...I sostenitori dellequazione violentista dovrebbero una buona volta prendere atto di una semplice, ma fondamentale evidenza: mai, nel biennio 68-69, i movimenti si sono organizzati per uccidere qualcuno, mentre sono state numerose le vittime fra le loro file. E ben prima della strage di Piazza Fontana e della strategia della tensione che da lì verrà accelerata...Onestà storica vorrebbe che la si smettesse di costruire un movimento di pensiero che pretende di dimostrare la paternità dei crimini in base alla filiazione delle idee. In questo modo, anche se con un po di sforzo, si potrebbe far derivare le Brigate rosse dalla Resistenza e magari anche da Robespierre e, perché no, da Voltaire. Non, tuttavia, in ogni caso dal Sessantotto che non ha mai praticato la clandestinità né leliminazione fisica dellavversario...Il terrorismo, come negazione non riuscita del Sessantotto, ha creato danni di rilevanti proporzioni, oltre lirreparabilità delle vite stroncate. Ben lungi dal colpire il cuore dello stato, come presumeva, ha colpito non poco quello delle lotte. Finendo con il favorire proprio il rafforzamento autoritario dello stato, attraverso la legislazione di emergenza (sul modello tedesco), e divenendo un ottimo alibi per comprimere ogni forma di antagonismo sociale e politico.