La polizia è stata scatenata contro gli studenti romani

 

( Da L'Unita del 2 marzo 1968 )

di ELISABETTA BONUCCI

La collina della facoltà d'Architettura è stata per tutta la mattinata di ieri un campo di battaglia Carabinieri e poliziotti a migliaia hanno scatenato contro migliaia di studenti universitari e medi, contro professori e parlamentari, contro giornalisti e contro semplici cittadini la più brutale repressione. Hanno picchiato, ferito, arrestato, rastrellato per tutte le strade intorno. Hanno lanciato bombe lacrimogene, getti di ammoniaca dagli idranti, organizzato caroselli furibondi. Non basta: hanno anche sparato, colpi di pistola in aria nel folto delle mischie più disordinate. Gli studenti si sono difesi, hanno contrattaccato. Sono riusciti perfino a tenere per qualche tempo la loro facoltà, mentre davanti alle gradinate bruciavano roghi di «jeep» e di pullman travolti nel tumulto. Hanno continuato a manifestare in tutta la città, per ore. E stamane l'appuntamento è di nuovo al centro, il piazza del Popolo. Centinaia d feriti, centinaia di fermi, oltre duecento denunce, quattro arresti. La questura s'è data cura di precisare solo a tarda sera il bilancio della giornata: 148 feriti, fra poliziotti, carabinieri e funzionari 47 medicati e curati negli ospedali fra i dimostranti. Ma almeno 200 studenti e professori non hanno potuto raggiungere gli ospedali. Sono rimasti per ore senza soccorsi, nei locali della questura, ammucchiati in terra, nei corridoi, nel cortile, dove capitava. Le urla dei ragazzi picchiati nelle stanze del palazzone di San Vitale si sono udite fin sulla strada.
La manifestazione studentesca era iniziata alle nove del mattino, nella massima calma. Almeno cinquemila studenti si erano dati appuntamento in piazza di Spagna. Le scale di Trinità dei Monti nereggiavano di folla giovane ed entusiasta. "L'università è nostra: a noi e ai professori servono le biblioteche, gli istituti, le aule invase dalla polizia. Il rettore che l'ha chiamata deve andarsene. Andiamo noi all'università, tutti insieme.
La facoltà più vicina è Architettura: tutti ad Architettura". Non erano solo studenti universitari: c’erano studenti e professori, studenti dei licei e degli istituti tecnici con i libri sotto il braccio. Il corteo si è mosso alle dieci in punto ed ha invaso il centro: via del Babbuino, piazza del Popolo sono stati percorsi a passo svelto. Agli automobilisti, ai negozianti, ai giovani e anziani, i ragazzi in testa al corteo spiegavano, gridavano le ragioni della protesta. Buttato alle spalle della folla, il traffico davanti non esisteva più. Via Flaminia diritta fino a Valle Giulia era quasi deserta e lì il corteo si ingrossava ancora di altri studenti medi e liceali usciti o mai entrati negli istituti. Ecco il Ninfeo di Valle Giulia, ecco Villa Borghse, ecco piazza Bolivar colma di sole e di verde. È lì, davanti a piazza Bolivar, la collinetta solcata di scale, di gradinate, di stradette e di sentieri che salgono alla facoltà di Architettura. Gli studenti non hanno preso vie traverse ma spalla a spalla hanno imboccato il viale che porta all'ingresso principale della facoltà. E qui è cominciato il conflitto. Li aspettavano reparti di agenti e carabinieri, i gipponi addossati alle scalinate, i manganelli in mano, le pistole nelle fondine nere. La testa del corteo si è fatta avanti, ha spinto per superare lo sbarramento. «Lasciateci entrare nella nostra università; andatevene, voi poliziotti...». Mancano due minuti alle undici quando il primo manganello si alza rabbioso a picchiare. Da quel momento non c'è stato un attimo di sosta. Caricati senza respiro gli studenti decidono di non indietreggiare, di non cedere alla violenza. Si organizzano: mentre la retroguardia scende di nuovo in piazza Bolivar portando via, strappando dalle mani degli agenti i primi ragazzi feriti, la prima linea continua invece ad impegnare come può, con le mani, con i libri, con le cartelle, con la resistenza passiva e attiva, i nuclei già scatenati della forza pubblica. I primi ragazzi feriti sono portati all'ospedale più vicino da macchine di passaggio. Adagiati sui cuscini spiegano ai soccorritori la situazione. Il traffico si ferma. Lunghe file di tram, di autobus, di macchine formano una siepe nella quale si apre solo un varco per far passare le auto che trasportano i feriti. I clacson vengono presto coperti dalle sirene spiegate dei mezzi della polizia. Tutta la zona di Valle Giulia, e oltre, fino a piazzale Flaminio è paralizzata. Al secondo assalto, più brutale del primo, gli universitari capiscono che lo schieramento frontale serve solo a porgere più occasioni ai poliziotti di decimare le file della manifestazione. Ci sono due strade, in salita, laterali, che portano all'ingresso della facoltà; bisogna partire da quelle, cercando di raggiungere gli istituti da due parti distinte. All'imbocco di una strada, però, sostano le jeep e i camion della polizia. Dopo pochi minuti sono in fiamme: brucia una jeep, divampa una «600» blu dell'Arma, lanciata come un ariete contro un pullman. Gli agenti che vi sono a guardia fuggono disorientati per far posto ai vigili del fuoco che non picchiano, non arrestano, hanno anzi il compito di allontanare tutti dal luogo dell'incendio. Il varco è creato: da una parte e dall'altra tornano gli studenti, correndo sulle gradinate della facoltà. Il cordone poliziesco ha un istante di sbandamento, si ritira, sotto un lancio fitto di pezzi di legno, zolle di terra, fischi e urla indignate. La facoltà è presa. La scalinata è ora piena di studenti, di universitari e di professori, che premono contro il portone, lo aprono, entrano dentro, Dentro è il deserto. Ma fuori i funzionari della polizia hanno intanto chiesto rinforzi. Giungono alle spalle degli studenti reparti speciali della Celere: sono freschi come si dice, armati di tutto punto. Le cariche riprendono Ora ci sono gli idranti che spazzano il piazzale con getti violentissimi di acqua e di ammoniaca che nevica asfissiante, copre tutto di spuma bianca. Sugli studenti fradici d'acqua si scagliano i celerini: ognuno che è preso è picchiato a sangue, molti svengono. La violenza raggiunge il diapason. Nessuno si salva: giornalisti e fotografi vengono caricati anche loro, picchiati, allontanati. L' onorevole Aldo Natoli è sbattuto fra due agenti ai quali invano mostra la sua tessera di parlamentare. «Non conosciamo nessuno - grida uno degli aggressori - siete tutti una teppa!». Intanto i poliziotti si sono impadroniti di nuovo della gradinata della facoltà. Scaraventano i ragazzi giù per gli scalini, li afferrano per i capelli, torcono braccia e gambe senza controllarsi più, in tre, quattro, fino a cinque contro uno. Ed ecco un poliziotto, fra un gruppo di universitari, spianare la pistola, alzarla in aria: partono primi colpi, cui fanno eco altri, più in basso, nel piazzale. Più tardi all'ingresso della facoltà là dove più agita e forte era la mischia, si troveranno i bossoli. Fuori gli stessi colpi sparati dalla polizia, servono a iscenare una vergognosa montatura: «Hanno ammazzato uno di noi - urlano agenti e carabinieri. - Bisogna far piazza pulita di questi assassini!» Non è vero, ma serve a portare gli animi all'esasperazione. Ammanettati, tre ragazzi vengono brutalizzati, senza che possano nemmeno ripararsi con le braccia. Qua e là gli scontri proseguono: volano i cappelli e gli indumenti dei poliziotti ad alimentare gli incendi non ancora spenti. Le ambulanze ora sono chiamate solo per loro, mentre a ragazze sanguinanti, giovani feriti, a professori malconci sono riservati solo i cellulari: squadre di carabinieri fanno irruzione nella vicina legazione culturale giapponese dove molti giovani si sono rifugiati, e si ripetono le solite scene di violenza. Lontano dalla facoltà, e da piazza Simon Bolivar verso la Galleria d'Arte Moderna, oltre la cinta di Villa Borghese crepitano le granate lacrimogene. C'è il sole, ma c'è anche la nebbia dei gas che lo offusca, rendendo l'aria irrespirabile, mentre proseguono le cariche, i caroselli, i rastrellamenti in tutta la zona da
Valle Giulia ai Parioli.


home oikos home informagiovani 30 anni dal '68 back